Belvedere – Il magazzino viveri

Il forte era concepito per poter resistere ad un assedio prolungato, con una sopravvivenza teorica che andava dai 30 ai 45 giorni. Non si trattava di un calcolo astratto, dato che lo Stato Maggiore riteneva che questo fosse il cosiddetto “tempo di radunata”, il tempo necessario per trasferire le truppe dai centri di arruolamento al fronte trentino, specialmente in caso di guerra su più fronti (russo e italiano). Il presidio doveva così poter contare su adeguate scorte alimentari, che erano stivate proprio in questa stanza. Si trattava di moltissime razioni, sufficienti a garantire l’autosufficienza alimentare per i circa 220 uomini di truppa.
Il cibo era essenzialmente carne in scatola e pane biscottato, alimenti a lunga conservazioni estremamente adatti per delle razioni di emergenza. Normalmente il forte veniva rifornito di viveri attraverso la strada di collegamento con Lavarone. Si può dire che, a differenza dei soldati in trincea, gli artiglieri da fortezza erano piuttosto fortunati sotto l’aspetto dell’alimentazione. Mentre in trincea era complesso far giungere i rifornimenti, a causa dell’osservazione e dei tiri dell’artiglieria nemica, oltre che della collocazione stessa delle linee di combattimento, nelle opere corazzate la situazione era migliore da questo punto di vista. Non si dimentichi nemmeno che, seppur continuamente bersagliati dai proietti nemici, i soldati di fortezza erano comunque al riparo dal freddo e dalle intemperie. Non si verificarono infatti casi di congelamento o disidratazione, come accadeva spesso nell’inferno della trincea, e nemmeno casi di epidemie dovute alla promiscuità e all’assenza delle più elementari norme di igiene. Le patologie più frequenti riscontrate nelle fortezze, oltre ai ferimenti ed alle uccisioni causate dalle granate, avevano a che fare più che altro con l’esaurimento nervoso causato dalla continuità e dall’intensità dei bombardamenti, con la privazione del sonno ed il terrore provocato dal timore di venire attaccati dalle truppe italiane. Il tentativo di resa del comandante di forte Luserna, bersagliato con 6.000 colpi di grosso e grossissimo calibro in soli tre giorni, venne attribuito proprio ad un cedimento nervoso, piuttosto comprensibile in quelle condizioni.

Werk Lusern/Forte Campo di Luserna in riparazione nel 1918. La violenza dei bombardamenti ha messo completamente a nudo le cupole e ridotto in briciole la copertura di 2,50 metri di spessore (tratto da www.bildarchivaustria.at)

Werk Lusern/Forte Campo di Luserna in riparazione nel 1918. La violenza dei bombardamenti ha messo completamente a nudo le cupole e ridotto in briciole la copertura di 2,50 metri di spessore (tratto da www.europeana.eu)

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